Grazie a tutti voi cari parrocchiani! Saluto don Alessandro Turrina

È sicuramente difficile in poche righe esprimere i sentimenti che provo nel cuore in questo momento. Arrivare a Sant’Ambrogio, Gargagnago, Monte e san Giorgio per me è
stata la prima esperienza da parroco, da pastore di 4 comunità, e ricordo ancora bene la preoccupazione di quando mi era stato chiesto di fare questo servizio. Il giorno del mio ingresso (il 23 settembre 2017) ricordo bene la festa, l’accoglienza e le persone presenti, ricordo anche bene ciò che vi ho detto nella prima omelia e che avevo sintetizzato in 4 parole: Comunione, Uscire, Gioia, Insieme. Parole che hanno guidato il mio stare con voi in questi anni. Ho provato a spendermi, per quel che ho potuto, per la gente che mi è stata affidata. Essere parroco è una sfaccettatura dell’essere prete: il parroco vive nel concreto le relazioni, la vita delle famiglie, delle comunità, provvede alle varie esigenze pastorali, economiche, tecniche, deve avere attenzioni per tutte le persone, di qualsiasi età. Dicevo ad una persona qualche settimana fa: “pensandoci bene alla vostra grande famiglia ho partecipato anche io: perché ho battezzato un vostro nipote, ne ho sposato un altro, due hanno ricevuto la prima comunione, ho poi fatto il funerale alla vostra mamma, ci siamo incontrati alla domenica, ci siamo confrontati”. Che bello poter vivere insieme a voi e per voi! Se poi guardo a questi 5 anni mi soffermo solamente su alcune cose che mi hanno coinvolto e fatto crescere come uomo e come prete e mi hanno dato la possibilità di annunciare il Vangelo declinandolo secondo le varie esigenze:
- le tante famiglie che vivono la comunità, mi hanno sicuramente fatto sentire a casa, mi hanno aiutato a comprendere di più e meglio le gioie e le fatiche della vita (belle le esperienze di preghiera, di riflessione e di vacanza fatte assieme);
- l’incontro coi bambini e coi ragazzi (penso alle scuole materne, al catechismo, ai campi scuola, ai chierichetti e cantorini) dove ho sempre cercato di portare l’accoglienza e
la gioia e dove mi sono anche divertito;
- la pandemia, mi ha fatto vivere l’essenzialità della fede, della preghiera e delle relazioni: indimenticabile la benedizione delle case, fatta camminando per le strade di tutte
le comunità. È stata una grande emozione rivedere volti e sorrisi;
- la fraternità sacerdotale con don Damiano e don Francesco, mi ha salvato dalla solitudine e dalla preoccupazione di dover fare qualcosa, un grande dono. Con loro ho vissuto anche il processo che ci ha portato a dare vita all’Unità Pastorale;
- le occasioni per fare festa, anche mangiando qualcosa insieme. Penso veramente che siano opportunità per condividere il tempo e anche per parlare;
- la generosità e solidarietà delle persone di queste comunità mi ha sempre sorpreso: un cuore grande e capace di aiutare ed esserci quando c’è bisogno (penso ai vari gruppi Caritas, missionari, circolo NOI, infermieri e autisti volontari).

Ogni distacco è fonte di sofferenza, perché infrange alcune relazioni umane. Il prete che per anni è pastore di una comunità impara ad amarla, a costruire legami con le persone, a volte anche di bella familiarità e perfino di amicizia. Crea rapporti con l’ambiente, con le autorità civili che lo governano, perfino con le strutture. Soprattutto con la sua chiesa, dove ogni domenica per anni ha radunato i fedeli per celebrare l’Eucaristia. Il cambiamento di parrocchia è il segno più eloquente della provvisorietà che tutte queste realtà umanamente importanti ed arricchenti hanno per la vita del prete. La rinuncia a queste cose fa male se il prete è un uomo autentico e come tale consapevole
che la grazia del Signore non può che passare attraverso i colori e le sfumature della sua umanità. Davvero strana e bella è la vita del prete: chiamato ad amare le persone di cui è pastore ad una ad una, amarle fino in fondo, ma amarle gratuitamente, senza legarsi ad esse. Amarle nell’amore di Dio. In questo amore si riflette almeno un poco l’amore libero e gratuito del Signore. Solo per questo motivo il prete, dopo che ha pianto per la sofferenza del distacco, trova la gioia di rimettersi al lavoro, la forza di
ricominciare. Alle comunità il passaggio di un sacerdote lascia comunque un segno: spesso è una memoria di bene, a volte è memoria di fatica e dolore. Nel bene e nel male resteranno per sempre radicate in lui e nei tanti che ha incontrato e, anche a distanza di anni, il ricordo nutrirà la sua e la loro fede plasmandone inevitabilmente la vita. Concludo ringraziando davvero tutti perché in questi anni mi sono sentito accolto come figlio e voluto bene, aiutato e anche corretto con carità quando ce ne era bisogno.
Gli inviti nelle vostre case sono stati una cosa molto bella e che mi ha sempre fatto piacere.